Il museo

Nel luglio del 2000 il Comune di Roma indice un concorso internazionale di progettazione per l’ampliamento della Galleria Comunale d’Arte moderna e contemporanea e nel maggio del 2002 il progetto vincitore è quello dal titolo “Territori sensibili” dell’architetto francese Odile Decq.

Nello stesso anno il Museo di via Reggio Emilia cambia nome e diventa MACRO, Museo d’Arte Contemporanea Roma differenziandosi dalla Galleria Comunale d’arte Moderna, nata nel 1995 con sede a via Crispi, con la quale condivide la conservazione delle opere della raccolta comunale moderna e contemporanea, che in questa occasione venne divisa: le opere dal 1958 rimangono al  MACRO e costituiscono il primo nucleo della Collezione permanente

Nel 2003 vengono avviate le prime demolizioni dell’aria compresa tra via Cagliari e via Nizza. Durante gli scavi per la realizzazione del garage sotterraneo, sono stati rivenuti i resti di una cava di tufo presumibilmente del periodo regio, visibile al terzo piano. 

Prima dell’apertura definitiva al pubblico il 3 dicembre 2010, c’è stata organizzata dal 27 al 30 maggio del 2009 una “preview” straordinaria.    

Il progetto d’ampliamento nasce da Odile Decq dall’idea di “Trovare il punto di rottura, creare tensioni, trasgredire i limiti, ricercare l’instabilità all’interno di un’arte contemporanea che si mette continuamente in discussione, esplorare nuove strade, contesta e sperimenta”; e dall’im- magine della città di Roma legata alle sue piazze e alle terrazze, arrivando ad una sintesi di questi due concetti:  tra pubblico e privato.

Il Museo diventa uno spazio aperto alla realtà urbana della città e del quartiere, luogo  relazionale di incontro e di scambio tra persone e linguaggi della contemporaneità.

Avvalendosi di innovative tecniche ingegneristiche riesce a creare una struttura che mette in discussione le leggi della statica, realizzando passerelle volanti e ambienti sospesi, che privilegiano visioni aeree, in quanto è il dinamismo e il movimento che caratterizzano il suo pensiero costruttivo, affidato alle linee spezzate e oblique che frammentano la percezione e moltiplicano  i punti di vista.

Lo spazio museale diventa l’espressione di un’architettura interattiva che pone al centro il visitatore coinvolto in “un’ esperienza a livello sensoriale”, dove anche il colore, nella sua contrapposizione tra rosso e nero, e le soluzioni high-tech hanno un ruolo importante.

L’edificio, che si affaccia su via Cagliari e via Nizza, conserva le mura perimetrali della fabbrica Peroni degli anni Venti, e si sviluppa su due piani.

L’ingresso su via Nizza è trasformato in una piccola piazza a livello della strada, coperta parzialmente, il cui soffitto corrisponde al primo piano dove è collocato l’ArtCafè, una struttura sospesa, in quanto sostenuta da un sistema di tiranti, con le pareti realizzate da grandi vetrate.

Per la pavimentazione della “piazza” vengono usate lastre di basalto in continuità con quelle del marciapiede.

Superata lo spazio coperto, in prossimità della porta di accesso al foyer, è ricavato un piccolo giardino costituito da una passerella in basalto con un andamento a zig-zag  circondata di ghiaia e terra in cui  sono state piantati degli alti Ayllenthus, le cui cime arrivano al secondo piano del Museo a  livello  della terrazza per creare un piccolo boschetto.

 Il foyer è come una grande piazza interna con al centro la sala conferenze, lungo i lati  la più grande sala espositiva e i servizi (la biglietteria, il guardaroba, il bookshop, locali tecnici), , le scale e gli ascensori per salire al primo piano, dove sono state realizzate delle passerelle sospese che permettono di accedere allo Spazio Area, alla Sala Bianca, all’ArtCafé e di attraversare dall’alto  la grande sala espositiva collocata al piano terra.

Il tetto del foyer è costituito quasi completamente da una vetrata, che, oltre a permettere di illuminare l’ambiente con luce naturale, ha anche funzione di una fontana, la cui acqua scorre sulla parte esterna in corrispondenza della terrazza. I tubi in acciaio che portano l’acqua sono a vista e collegati alle uniche due colonne che insistono a livello del piano terra (foyer), in quanto questo spazio completamente percorribile non presenta elementi di sostegno alla struttura.

La sala conferenze: un grande volume dalla geometria irregolare rivestito sia all’interno che all’esterno con pannelli in legno laccati di rosso (lacca di Cina),  la cui copertura - che si trova a livello del primo piano- progettata inizialmente come sala lettura, attualmente è diventato uno spazio per incontri ed eventi, denominato “Spazio Area”.

Dietro la biglietteria è collocata la più grande sala espositiva, la cui altezza varia tra 10 e 12 metri, con il pavimento in cemento e non in basalto, i cui muri, rivestiti in legno bianco. Il soffitto è dipinto di nero, colore usato anche per oscurare le vetrate, che come strutture geometriche si elevano e occupano un’area della terrazza. La sala è attraversata da una passerella sospesa, che, oltre a  condurre sulla terrazza, permettere una visione dall’alto delle opere e grazie ai parapetti trasparenti in vetro e alla pavimentazione interessata da  impercettibili dislivelli crea un percorso sensoriale tra instabilità e sospensione, un “nuotare nello spazio vuoto” come sottolinea Odil Decq.

Adiacente a questa sala ci sono gli ambienti di servizio ed è possibile, attraverso una grande porta, nascosta nella parete della sala, un collegamento diretto con la strada (via Cagliari).

Sempre nel foyer si apre il corridoio chiamato vi-tunnel in cui vengono proiettati video d’arte.

Tra i materiali il vetro, che riveste oltre il 11% del volume dell’edificio, utilizzato per i parapetti delle scale, delle passerelle, delle vetrate dell’ingresso e  del rivestimento degli ascensori, è concepito come un filtro trasparente capace di creare una  continuità tra interno ed esterno e di rompere i confini. Spesso tra due lastre di vetro è inserita una sottile maglia realizzata in acciaio inox, che serve a filtrare la luce.

La Sala Bianca, alto circa 4 metri, ha una forma ad “L” con le  pareti bianche e il pavimento in cemento.

La sala conserva la volumetria dei magazzini della Fabbrica e i pilastri di cui è possibile ancora apprezzare le dimensioni originarie, ingabbiati in una struttura metallica, scelta che denuncia la chiara volontà da parte dell’architetto di non rinunciare  a dialogare con il passato e la sua storia.

Uscendo dal foyer una grande scala-rampa in basalto permette di accedere all’ala storica del Museo, che si trova a livello del primo piano dell’ala nuova, collegando i due edifici che si distinguono per un diverso linguaggio architettonico.

Lo spazio progettato da Odile Decq presenta linee instabili che creano una forma organica con al centro un parte vitale di colore rosso, la sala conferenze,  da cui partono arterie, ossia passerelle che si ramificano nell’ambiente rispetto in contrapposizione alla rigidità euclidea dell’ala storica, composta da tre edifici anonimi contenitori disposti a ferro di cavallo.

Dal cortile dell’ala storica attraverso un’altra rampa si raggiunge il livello della  terrazza (secondo piano) in cui sono collocati lungo il perimetro il laboratorio didattico e il ristorante con accanto la zona verde, creata delle chiome degli alberi piantati all’ingresso del Museo, mentre la parte centrale è occupata dalla fontana di 400 metri quadrati.

Il paesaggio architettonico della terrazza è caratterizzato anche dalla presenza di strutture geometriche irregolari vetrate, usate per  illuminare gli ambienti sottostanti, che si sopraelevano asimmetricamente nello spazio.  Anche questa pavimentazione è in basalto e il suo andamento è segnato da dislivelli che permettono di continuare quell’esperienza sensoriale connaturata  all’idea  del progetto architettonico.

Infine il serrato dialogo tra interno ed esterno viene superato quando l’arte contemporanea esce dal Museo e si appropria delle pareti dei due palazzi, che delimitano un lato del tetto-giardino, utilizzati come schermi  per  proiezioni o superfici per grandi lavori.